Quando la sveglia suonò, finalmente, cessò la serie di pensieri insopportabili che mi aveva fatto visita per tutta la notte. Sentivo gli occhi pesanti, il cuore affaticato. Deborah dormiva ancora, era il suo giorno libero, feci pianissimo per non svegliarla ed invidiai per un attimo il sorriso che sembrava avere stampato sulle labbra. Mi avvicinai al suo letto e le feci una carezza, poi mi preparai ad uscire. In cucina trovai gli altri. Christopher stava tentando di cucinare un uovo, mentre Anne gli intimava di fare veloce, Bill mangiava una specie di frittella alle mele e Maria era in semi coma accasciata sulla sedia. Nessuno sembrò accorgersi della mia brutta cera. Approfittando di questo momento di distrazione, salutai tutti velocemente, baciai Anne e Maria e mi precipitai fuori.
Era una giornata bellissima, ma quel sole splendente, così raro a Londra, mi feriva gli occhi. Camminai dolorante verso la metro, scesi nell’underground e salii al volo sul primo treno. Trovai un posto a sedere e con grande difficoltà per tutto il viaggio riuscii a tenere le palpebre aperte. Non appena arrivata a destinazione decisi di evitare la strada dove stazionava Ian e scelsi quella alternativa, ma non appena arrivai davanti al mio caffè vidi proprio lui venirmi incontro con un sorriso incantevole. “Miss” sussurrò abbracciandomi. Mi sentii tremare dentro. “Ian ma che ci fai qua?” gli dissi scorbutica. Lui mi guardò con disappunto. “Devo entrare a lavoro, sono in ritardo…” continuai. La mia freddezza lo spiazzò. “Well! Stai bene?” esclamò. “No, ho avuto una pessima notte, adesso permettimi di andare…”. “Marlene, are you …”. “Ti prego non aggiungere altro, ciao!”. Mi liberai dalle sue braccia e corsi nello stabile. Avevo una voglia pazza di piangere, di tornare indietro e dire ad Ian che ero solo una codarda, ma non appena mi riaffacciai fuori, sulla strada, lui non c’era più.
La giornata fu pesante, fui distratta da mille pensieri, tentavo inutilmente di ascoltare le chiacchiere dei clienti, di fingermi interessata, ma la testa era sempre lì, su Ian. Mi angosciava in particolare l’idea di che cosa avrei dovuto fare al momento di tornare verso casa. Sarei dovuta andare a cercarlo, spiegargli che cosa mi stava accadendo dentro, o fare la strada alternativa, non correre il rischio di rivederlo, far passare un’altra notte, o lasciar perdere tutta questa storia? Alle sei di pomeriggio, in preda alla follia più pura, decisi di andarlo a cercare.
Lo trovai, appoggiato ad un muretto, con lo sguardo perso. “Io non ce la faccio adesso…” cominciai con la voce rotta. “Perdonami, io credo che una relazione con te sarebbe un suicidio, ho paura di farmi male, spero che capirai un giorno.” Non gli diedi il tempo di controbattere, mi girai e m’incamminai spedita verso la stazione. Arrivai a casa e chiamai più forte che potei i nomi delle mie amiche, mi chiusi in camera con loro e scoppiai in lacrime.
Non ricordo se Ian mi parlò come prima cosa dell’amico che si faceva di crack, o dell’altro amico che faceva marchette, o del conto di soldi in sospeso con un certo Robert, fatto sta che tutte queste storie erano il risultato del taglio che si ritrovava sul braccio. Lì per lì tacqui, ascoltavo come in trance, non sapendo veramente che tipo di espressione avesse assunto la mia faccia. Ad un tratto, non riuscendo più a trattenermi, gli chiesi: “Ma tu fai queste cose?”. Ian mi guardò con i suoi occhi profondi, “No more…”. Non più, rispose abbassando lo sguardo. Non più, significava che le aveva fatte, ma che cosa di preciso aveva fatto? Provai ad indagare, ma Ian sembrava restio all’argomento, forse trovandomi sorpresa dalle sue parole precedenti. Ad un tratto mi strinse la mano. “Capisco, difficult per te…”, esclamò. “Un po’…” ammisi e un sospirò mi uscì spontaneo. “La mia vita è molto diversa Ian, come posso capire? Non ho mai conosciuto nessuno che vivesse storie simili…”, confessai. Abbassai la testa, lui mise un braccio attorno ad una mia spalla e mi spinse verso di lui. Una sensazione di caldo mi avvolse. Rimanemmo in silenzio per un tempo lunghissimo. Sentivo il suo cuore battere forte e tutte le parole che mi aveva detto in precedenza si dissolsero nel desiderio di rimanere aggrappata al suo corpo. Aveva un buon odore, di vestiti puliti, di pelle, mi faceva impazzire. Un tramonto ci sorprese con gli occhi socchiusi, adoranti l’uno avvolto nell’altra. “Miss…” chiamò Ian, la sua voce tremava. Mi drizzai sulla panchina. “I have to go…”, devo andare, disse. Una smorfia di disappunto mi si stampò in faccia. A malincuore lo seguii mentre si alzava in piedi. Mi sembrava di essermi risvegliata da un sogno. “Andiamo…” dissi e c’incamminammo verso l’uscita del parco. Ci tenevamo per mano senza dire niente. Poi prendemmo la metro e ci separammo alla stazione di Tottenahm, di nuovo scambiandoci a malapena due parole.
Non mi baciò, non lo baciai, ma rimasi tutta la sera con il desiderio di farlo. Di tanto in tanto mi venivano in mente i discorsi che mi aveva fatto, dettagli, squarci di frasi, la sua bocca, l’espressione intensa. Non riuscivo a razionalizzare, ero troppo presa dalle sensazioni, mi sentivo confusa, incapace di resistere alla sua assenza. Che cosa dovevo fare? In quale guaio mi stavo cacciando?
A questa angoscia si aggiungeva il fatto che non riuscivo a parlare con le altre di quello che stava accadendo. Avevo troppa paura delle loro reazioni, perché sapevo già quali sarebbero state. Immaginavo l’espressione delusa di Deborah, sentivo la paternale intelligente di Maria, percepivo la partecipazione emotiva di Anne. Persa nei miei tormenti trascorsi la notte senza chiudere occhio.
“Marlene, bene?” chiese Ian scendendo con il viso verso di me. Mi vidi riflessa nei suoi occhi e m’immaginai tutta rossa con i capelli scompigliati. “Bene, andiamo” risposi e mi alzai definitivamente.
Non appena fummo sulla strada Ian mi riprese la mano. Non capivo perché lo facesse, in fondo non ci conoscevamo per niente e non avevamo certamente la confidenza per camminare come due fidanzatini, ma, mentre con qualsiasi altra persona la cosa mi avrebbe disturbata, con lui non accadeva. Per tutto il tragitto fino al parco non ci scambiammo nemmeno una parola, passeggiavamo in silenzio, con gli occhi abbassati. Talvolta Ian mi spostava con una leggera spinta dalla traiettoria di qualche personaggio incrociato sulla strada, talvolta stringeva la presa o la allentava. Era una vera e propria comunicazione muta e piena di sensazioni.
“Ecco Hyde Park, prego miss…” sorrise e mi fece passare galantemente per prima. Trovammo un posto un poco più avanti, su una panchina vicino al Serpentine e di nuovo rimanemmo in silenzio seduti l’uno accanto all’altra. “Parlami di te, tu non dici niente a me…” esclamò Ian. “Non c’è molto da raccontare…” risposi. “Do it!” fallo!, aggiunse. “Beh, sono qua in Inghilterra da luglio, vivo con altre cinque persone a Bloomsbury, ma lo sai già e lavoro a Soho, conosci il Caffè - libreria da quelle parti?”, “Yes!”, “Ecco quello!”, “E tua famiglia?”. Un sospiro mi uscì forte dalla bocca. “Mi mancano.” Risposi. “Cosa fare in Italia loro?”, “Papà è un insegnante di matematica, vive con una donna, Tina e anche lei è un’insegnante, storia dell’arte.” Risposi poi sentii un espressione malinconica impossessarsi di me. “And your mum?” tua madre? Aggiunse. Un brivido mi attraversò la schiena. “Non lo so, credo viva sempre in Francia con il suo compagno, ma la sento pochissimo e non ti saprei dire di più.”, “Oh dispiace a me!”, disse prendendomi una mano “Non preoccuparti, sono abituata alla sua indifferenza, è tutta la vita che è così, solo che prima ce l’avevo sotto gli occhi, ma tre anni fa se n’è andata. Così, di punto in bianco, ha detto che aveva trovato un uomo e che voleva vivere con lui, ha fatto le valigie ed è partita, ma ora basta! Parlami di te!”. “Ohhhh yes!” disse cominciando a ridere come un pazzo. “Che cosa c’è?” esclamai. “Mia vita un casino, tanta confusione, io vivo per strade di Londra da sempre.” “Da sempre?”, “Sì, miei genitori come me, homeless, io nato in un parco.”, “Ma come in un parco?” detto questo pensai di essere stata troppo invadente e canzonatoria, ma Ian sembrava non essersene accorto e continuava a raccontarmi la storia della sua "favolosa" nascita. Era molto bello ascoltarlo e immaginavo a mia volta sua madre stringerlo tra le braccia e raccontargli questa storia come una fiaba, ad un tratto sentii una voglia fortissima di abbracciarlo. Strinsi un poco la sua mano e lui si avvicinò a me. Un poco d’imbarazzo allora mi colse. “Ti piace vivere per strada?” gli chiesi. “Mmmm, è unica vita che conosco. Poche volte in una casa con pareti, poi meglio aria aperta! Case sporche e confusione, topi, cani, trash da per tutto, no! Meglio strada!”. Mentre ascoltavo il suo punto di vista mi sorpresi a cercare di mettermi nei suoi panni, non avevo mai pensato di poter trovare una persona sulla faccia della terra a cui non dispiacesse vivere senza una fissa dimora. “Ma vivi solo per strada?”, “Anche, ma con amici pure, sì, miei genitori a Scarborough, vivono là ora, hanno casa piccola sul mare, nice! Sì! Ma mai stato, solo visto foto!”. “Sei incredibile Ian” il desiderio di aumentare il contatto fisico si fece ancora più febbrile, ma lui sembrava non accorgersene e cominciò ad elencarmi i vantaggi di vivere per strada. Nessun obbligo, solo libertà, nessuna spesa, in più mi raccontò di un posto dove si recava per lavarsi e avere vestiti nuovi, talvolta anche un pasto caldo. “Non riesco a pensare di poter vivere così, poi avrei paura, avrei freddo, sono abituata alla comodità…”, dissi d’impulso. “I’m not!” io no, rispose guardandomi intensamente. “Però paura ogni tanto, pericoloso molto, molta attenzione, brutta gente, look” guarda, aggiunse e si tirò su una manica. Una ferita da taglio molto profonda era visibile nel candore della sua pelle. “Oddio!” esclamai con una semi sensazione di svenimento in corso. Quando Ian cominciò a raccontarmi ciò che gli era accaduto mi resi conto che entrare nella sua realtà e nella sua quotidianità non sarebbe stato affatto facile...
(Continua...)
L’episodio di Bill, rinominato da Maria Bill/Billerone, fu l’argomento principale della mattina seguente. Alla fine la situazione ci aveva fatto ridere un sacco, specie per il modo in cui Maria raccontava ad Anne e Deborah come aveva visto da esterna la scena. Deborah si sentiva in colpa per non essermi stata vicina e Anne la prendeva in giro facendole il verso di lei che baciava appassionatamente Chris. Deborah a sua volta si scusava dicendo che era ubriaca e che Chris le sembrava stranamente molto gentile. “And you, Anne? Where have you been?” dove sei stata tu invece Anne, chiedeva Deborah. Anne arrossiva e si giustificava cambiando discorso. Maria sfotteva tutte e se le si chiedeva dove fosse stata, lei cominciava a far gestacci.
Era una bella giornata di sole e stranamente eravamo tutte e quattro libere, anche se poi Deborah e Anne sarebbero dovute rientrare per il turno pomeridiano. Maria, invece, aveva saltato le lezioni e avrebbe fatto dei giri coi volantini solo dopo le tre (era categorica!). Bill e Chris erano a lavoro e avevamo la casa tutta per noi. Decidemmo, quindi, di prepararci una buona english breakfast e successivamente di dedicarci alla cura dei nostri corpi, capelli, mani, piedi e viso. Io che avevo sempre amato occupare il tempo con questa serie di attività presi la proposta con immenso piacere, in più tenermi impegnata mi avrebbe distratta dal pensiero dell’appuntamento con Ian. L’appuntamento! se ci pensavo sentivo l’ansia partire dalla bocca dello stomaco ed invadermi tutto il corpo, in più il fatto di non averlo detto a nessuna delle mie amiche aumentava lo stato di agitazione.
Ora, però, forse, avrei potuto dirlo, avrei potuto dire “Ragazze ho un appuntamento con un homeless! Deborah ti ricordi quello di cui ti avevo parlato? Ecco lui! Non so resistergli!” Ma mi sarebbe stato di sollievo confessarglielo? E se non mi avessero capita? E se mi avessero sconsigliato di andare?
“Che cos’hai Marlene?” disse Maria vedendomi distratta. Era quello il momento giusto? “Niente” risposi, non riuscendo a pronunciare quelle fatidiche frasi. “Dove andrai oggi?” continuò. Ecco la seconda opportunità. “Beh, devo studiare, andrò in qualche biblioteca…”, “Dimmi dove che poi finito con i volantini magari ti raggiungo…”, “Non lo so ancora e poi devo far dei giri…” cominciavo a balbettare. “Non è che ci hai ripensato per il Billerone e lo vedi di nascosto?”, feci uscire una risata isterica. “Maria statte zitta!” le sussurrai in un orecchio poi mi precipitai sotto la doccia.
Convincere Maria dei miei piani giornalieri non fu semplice, il discorso si protrasse anche dopo pranzo. C’era qualcosa che non la convinceva e che la fece allontanare da me con sospetto. Deborah ed Anne, invece, non si erano accorte di niente e si erano dedicate con passione (e successo) alla ricerca del look perfetto. Alle due eravamo tutte splendide, fuori casa e ci salutavamo.
Ero tremendamente in anticipo, così pensai di fare due passi in centro per non arrivare da Ian troppo agitata. Presi la metro e raggiunsi Oxford Street, poi mi rinchiusi una buona ora nella Virgin, pensando a tutti i cd che avrei voluto acquistare, e, un’altra mezz’ora da Topshop a vedere la nuova collezione di vestiti, infine, decisi che era giunto il momento di andare.
Alle quattro precise ero alla stazione di Tottenahm Court Road. Attesi dieci minuti nel punto indicato da Ian finché non lo vidi spuntare tra la folla. “Marlene, miss” urlava con un braccio alzato per farsi notare. “You are so cute!” sei così carina, mi disse non appena mi fu vicino. “Grazie” sorrisi.
Senza parole ci dirigemmo verso la piattaforma della metro e prendemmo il treno per Hyde Park. Ian, trovando un posto libero, fece sedere me e mi si mise davanti in piedi. Io non potevo fare a meno di guardarlo. Osservavo il suo braccio nervoso aggrappato in alto alla maniglia e il suo collo tirato e bianco. La sua figura in quella posizione era molto sensuale. Pensai al fastidio che avevo provato la sera prima per Bill, al suo corpo che avevo percepito come pesante ed invadente e mi sorpresi a sentirmi, al contrario, completamente a mio agio per la vicinanza di Ian. Era la prima volta che sentivo un’attrazione così prepotente per una persona ed in più era la prima volta che lasciavo accadere le cose così, irrazionalmente.
Quando arrivò la nostra fermata Ian allungò una mano verso di me per aiutare ad alzarmi ed io mi sentii precipitare verso l’abisso. Era incredibile l’effetto che aveva su di me, un suo semplice tocco mi faceva provare sensazioni fortissime. Nella mia testa confusa, si fece largo l’idea che non avrei potuto sostenere una giornata insieme a lui ed ebbi all’improvviso il desiderio di fuggire.
(Continua…)
“Dove vai Miss?”, chiese Ian rompendo il silenzio. “A casa,” sussurrai. “Dove tua casa?”, “Bloomsbury, …”, “Nice place!” bel posto, esclamò e si avvicino a me in modo accattivante.
“Devo andare ora. It’s late! Quando tu libera Miss?”, improvvisamente mi sentii in imbarazzo. “Beh, domani sono libera.” Risposi. “Domani vieni a Hyde Park con me?”. “D’accordo” dissi senza riflettere. “At 16 qua?”, “Alle quattro qua, ok”. Ian aveva uno sguardo talmente intenso da rendermi indifesa. “Vado ora, ciao miss.”, “Ciao.” Risposi con la testa che mi girava.
Rimasi cinque minuti ferma nell’angolo, chiedendomi che cosa avessi combinato. Avevo accettato l’invito di un ragazzo che nemmeno conoscevo, oltretutto un senza tetto, magari pure un criminale, sicuramente ero diventata pazza.
Ripresi fiato e scesi sulla piattaforma. I treni quel pomeriggio erano tutti rallentati a causa di un guasto sulle linee. Presi del tempo per riflettere e mi misi seduta su una delle panche lì attorno. Forse avrei dovuto tornare indietro e dire a Ian che era meglio lasciar perdere, ma se pensavo alla sensazione di benessere che la sua vicinanza mi provocava non potevo pensare di non rivederlo. Da ignorante in materia, e, stupidamente, avevo sempre visualizzato gli homeless come persone anziane e barbute, non avrei mai creduto che anche dei ragazzi così giovani potessero vivere in una situazione di stento del genere. Sì, avrei provato! Avrei provato a vedere come si mettevano le cose e poi mi sarei tenuta delle scuse valide in mente per fuggire al momento giusto. Forse non era il caso di parlarne con le altre a casa, almeno per il momento, inoltre sapevo già che cosa Deborah ne pensasse al riguardo, e, dato che doveva essere la serata dedicata a lei e alle mie scuse nei suoi confronti scelsi il silenzio.
Quando arrivai all’appartamento accadde però qualcosa di bello ed imprevisto che ribaltò tutti i miei propositi con Deborah. Trovai Anne che saltellava come una pazza nel corridoio, “Honey what’s happened?” che cosa è successo, le chiesi. “Look” guarda, mi disse e mi mostrò una pagina di un famoso quotidiano inglese con sopra un articolo su di lei. Lo lessi velocemente e vi trovai una recensione splendida sul suo romanzo (inoltre parlavano come di un evento per quello che stava attualmente scrivendo). “It’s amazing” è fantastico, esclamai abbracciandola. “Let’s party!” andiamo a festeggiare, continuai. In quel momento Chris scese dalle scale con una bottiglia di champagne in mano, a ruota arrivarono Maria, Deborah e Bill. Deborah mi lanciò un’occhiata impacciata ed io non appena fu nelle vicinanze le andai a fianco. “Scusa” le sussurrai in un orecchio. “Sei una stronza”, rispose. “Lo so! Riesci a perdonarmi?!”, “Vedremo..” e mi diede un pizzicotto sul sedere. Le sorrisi e capii che era tutto a posto, sicuramente le avrei parlato in nottata, ma ora c’era da festeggiare Anne. Uscimmo poco dopo senza una meta precisa, quella sera il freddo ci aveva concesso un pochino di tregua e riuscimmo a stare fuori per un pò, senza rinchiuderci subito in un qualche locale. Camminavamo cantando canzoni inglesi e canzoni italiane ridendo e divertendoci come dei pazzi. Infine, tutti un po’ brilli, finimmo in un club e Deborah baciò Chris, poi si appartò con lui. Anne e Maria sparirono con la velocità della luce ed io rimasi sola con Bill. Fu in quel momento che riacquistai la poca lucidità che avevo perso e mi misi sulla difensiva, se Bill avesse provato a baciarmi, avrei saputo che cosa fare. Non accettai nessun suo invito ad un drink e mi misi a ballare (cosa che normalmente non avrei mai fatto). Lui appiccicato ad una colonna mi guardava e sorrideva, era vistosamente ubriaco. Ad un tratto “Boys don’t cry” dei Cure risuonò per tutto il locale e Bill, sapendo del mio debole per quel gruppo, si lanciò in pista accanto a me. Fu molto imbarazzante perché dopo un minuto mi si gettò praticamente addosso e la sua pesantezza mi fece quasi cadere a terra. Non sapevo come trattenerlo, perché ci andava giù pesante e cercava in tutti i modi di prendermi il viso per sbaciucchiarmi, fu un incubo. Fortunatamente i Cure richiamarono in pista anche Maria che non appena vide la situazione corse subito in mio aiuto. Prese Bill dal dietro e me lo staccò da dosso, era molto arrabbiata e se non fossi subentrata tra loro, lo avrebbe sicuramente steso con un cazzotto (ne ero sicura!). Le dissi di lasciar perdere e lo gettammo assieme (tenendolo per le braccia) come un sacco di patate su un divanetto, subito dopo lui si addormentò ed io andai con lei a prendere un pò d'aria fuori.
(Continua…)
Il giorno seguente ebbi qualche problema a lavoro. Un collega non si era presentato, così fui costretta, senza preavviso, a due ore di straordinario. Quando uscii dal caffè ero esausta e desiderosa soltanto di una cenetta e di un po’ di riposo. Mi avviai con passo sostenuto verso la metropolitana, rallentando solo per dare uno sguardo fugace verso il punto in cui il giorno precedente avevo incontrato il ragazzo senza tetto. Non sapevo che cosa mi spingesse a cercare la sua presenza, ma quando vidi che di lui non c’era traccia un poco m’incupii. Dopo poco, però, abbandonai quel pensiero e scesi le scale dell’underground di fretta, infine mi sistemai sulla piattaforma. “Marlene” sentii gridare. Era Bill ed era l’ultima persona al mondo che avrei voluto incontrare dopo quello che mi aveva detto Deborah. Mi si mise a fianco con un sorriso enigmatico e cominciò ad interrogarmi sul motivo per cui mi trovavo ancora fuori a quell’ora. Gli raccontai dell’imprevisto del collega, poi salimmo sulla metro e non ci rivolgemmo più parola. Bill mi faceva sentire imbranata. Oltre al fatto che non avevo abituato ancora l’orecchio al suo inglese, mi sembrava che mi studiasse continuamente. Rimaneva imbambolato a guardarmi con un espressione neutra e dai suoi enormi occhi blu non trapelava il minimo segnale che accennasse al suo reale pensiero. Il viaggio mi sembrò durare un’eternità e mi sentii sollevata solo quando varcammo il portone dell’appartamento. Corsi in cucina per raggiungere gli altri e li trovai di ottimo umore. Non appena notarono che ero arrivata assieme a Bill, uno strano clima s’instaurò nell’aria. Deborah mi cercava con lo sguardo e mi faceva dei cenni assurdi, Chris dava continuamente delle pacche sulle spalle a Bill e Maria e Anne confabulavano guardandomi insistentemente. Mi misi seduta vicino a Maria e lanciai un’occhiataccia a Deborah. Dopo poco Maria si avvicinò al mio orecchio e mi chiese se avevo deciso di vivere la mia vita tristemente accanto ad uno sbarbatello che non avrei mai e poi mai del tutto compreso. Risi e le dissi che per fortuna lei mi capiva, sembrava, invece, che gli altri ci avessero dati per fidanzati certi e ciò mi dava molto sui nervi. “Anche Anne è felice che tu non stia con lui”, aggiunse Maria. Allungai una mano verso Anne e le feci una carezza, lei mi lanciò un bacio. A quel punto capii che eravamo tre contro tre, ma la cosa che mi faceva infuriare era che Deborah non fosse dalla mia parte e che potesse credere che io fossi interessata a Bill, dopo per giunta quello che le avevo riferito la sera precedente.
Mangiai di furia e con tutti gli occhi puntati addosso, poi non appena terminato mi defilai, piuttosto scocciata, in camera. Deborah mi raggiunse subito e quella sera, per la prima volta, litigammo. Non sapevo perché mi avesse dato così fastidio il suo atteggiamento e non seppi neanche spiegarglielo, le dissi soltanto di smetterla con quella storia e di portarmi più rispetto la prossima volta. Lei ci rimase molto male e passammo due giorni senza quasi rivolgerci la parola.
“Forse ho esagerato” riflettevo tra me e quella sera mi ero decisa a chiedere scusa a Deborah. Avrei fatto così, sarei tornata a casa, l’avrei presa da parte e le avrei detto che ero una pazza schiodata instabile e di perdonarmi, poi saremmo uscite a divertirci, qualsiasi cosa, qualsiasi posto avesse scelto, ero decisa ad essere la sua schiava quella notte. Pregustando i miei futuri propositi camminavo ad un metro da terra, ma alle scale della metropolitana qualcuno mi si parò davanti. Alzai lo sguardo un poco spaventata, “Ehi Miss, beautiful Miss, come stai?”. Era il ragazzo senza tetto. Imprevedibilmente ebbi un sussulto al cuore. “Ciao” gli sorrisi. “Ian” disse e allungò la mano, “Marlene” gliela strinsi. Non sapevo che cosa fare, ma la sua vicinanza mi piaceva e mi scostai dal mezzo delle scale, senza togliergli gli occhi di dosso, verso un angolo. Lui mi seguì. Notai che aveva un graffio su una gota, chissà come se l’era procurato, chissà anche com’era andata la storia della volta precedente, ma non gli chiesi niente, stava bene, era davanti a me e questo era l’importante.
(Continua…)
II
La seconda parte di novembre fu terribile dal punto di vista climatico. Le temperature sfioravano lo zero ed in più da qualche sera a peggiorare la situazione era giunto un vento gelido proveniente dai Balcani. Ogni pomeriggio il tragitto per tornare a casa da lavoro diventava sempre più pesante e mi faceva rimpiangere il clima mite del mio paese, dove difficilmente le condizioni termiche erano così drastiche.
Il 22 novembre camminavo stringendomi nel piumino bianco che i miei coinquilini mi avevano regalato per il mio compleanno e mi affrettavo, in preda ad una crisi termica, verso la metro di Tottenham Court Road, sperando che a casa qualcuno avesse acceso il riscaldamento.
“Spare some change, please?” udii da un luogo imprecisato. Mi guardai intorno senza capire da dove provenissero quelle parole. “Miss…”. Qualcuno mi chiamava dal basso. Posai gli occhi a terra e vidi accovacciato su un angolo di un palazzone un ragazzo dalla pelle chiarissima. “Italiana?” esclamò. “Sì! Yes I am” risposi incredula, da che cosa lo aveva capito?. “Parlo pochino italiano. Mia mamma from Roma. Tu?”, “Toscana”. “Ah, bella Toscana, sono stato. Pisa, Florence, Siena…ahhhh wonderful!”. Osservavo quel ragazzo esterrefatta e un poco incuriosita, aveva degli occhi scuri profondi che contrastavano con il carnato color della neve, e, se non fosse stato evidente (per la posizione che occupava) che fosse un homeless (un senza tetto) in un altro contesto non lo avrei mai sospettato. “Miss, hai qualche soldo?” continuò. Frugai nella borsetta e trovai un pound. “Tieni!” gli dissi porgendogli lo spicciolo. “Grazie Miss!” esclamò facendomi una buffa riverenza. Lo salutai, mentre lui aveva già lo sguardo altrove, e, cercai di riprendere il mio cammino, ma ad un tratto qualcosa mi spaventò. Un ragazzo piuttosto massiccio con un sacco a pelo in mano correva nella mia direzione ed urlava come un disperato. “Fucking hell, Ian let’s get the fuck out of here!” gridava. Non appena raggiunse il ragazzo a cui avevo dato il pound, egli a sua volta si alzò e cominciò a correre. Un altro tipo sopraggiunse urlando e dal modo in cui tutti e tre correvano capii che la situazione era molto pericolosa, ma non feci in tempo a vedere come si risolvesse, perché si dissolsero presto nel nulla. Quella scena mi scioccò e rimasi pietrificata per qualche secondo. Il vento ricominciò a soffiare forte e fui quasi spinta verso le scale dell’underground a pochi passi di distanza. Scesi i gradini con lo sguardo perso e presi la metro al volo. La gente a quell’ora era tantissima, ma ebbi all’improvviso la forte sensazione di essere sola. Non mi era mai capitato da quando vivevo a Londra e non capivo che cosa avesse provocato in me quel vuoto. Non appena arrivai a casa salutai tutti distrattamente e mi precipitai in camera. Verso le nove Deborah mi raggiunse con un tramezzino e un succo d’arancia. Si mise in silenzio accanto a me e cominciò ad accarezzarmi i capelli. “Che cosa è successo?” mi domandò dopo un po’. “Niente!” risposi, ma non la convinsi. “Qualcosa non va in Italia? È successo qualcosa a lavoro?”. Incalzò. “No, no tutto bene!” esclamai mentre due lacrime mi solcavano il viso. “Oddio ma tu stai piangendo…”disse correndo a prendermi un fazzoletto. Tornò verso di me e me lo porse. “Non lo so cosa è successo,” iniziai soffiandomi il naso, “Oggi per la prima volta mi sono sentita sola! Non era mai accaduto.” “Sai è capitato anche a me…è normale penso, altrimenti non saremmo umane. Ma tu non sei sola, hai me e hai Anne e hai Maria e in parte anche Bill e Chris e non sarai mai veramente sola! Credimi la solitudine è ben altro.”, “Avevo paura di aver perso l’amore per i miei da così lontano, forse hai ragione tu, è giusto che capiti!” esclamai. Deborah mi avvicinò il vassoio con sopra la cena. “Magari mangio tra un pochino, grazie sei veramente cara!” le dissi con il cuore. “Io penso sempre ai miei genitori.” Affermò lei dopo una pausa. “Sono dei bravi genitori!” continuò sorridendo. “Non hai mai pensato di tornare in Italia da loro?” le chiesi. “Sì, ma poi quando sono in Italia mi sento triste e voglio tornare qua. Credo che non riuscirei a stare in nessun altro posto. Forse Londra è la mia condanna!”. “Quando sei venuta qua la prima volta?!”le domandai curiosa. Deborah cominciò ad attorcigliarsi i capelli. “A diciassette anni, in gita scolastica, me ne sono innamorata subito. Di solito, come puoi aver notato, sono sempre molto vivace, ma in quell’occasione rimasi ammutolita tutto il tempo. Sentivo tante sensazioni travolgermi e ho capito che era qui che volevo vivere…”. Mentre Deborah parlava di Londra le si illuminavano gli occhi. “Sai io vedo Londra attraverso te…” cominciai “Non mi sono mai soffermata ad osservarla più di tanto. Non mi fraintendere non che non riconosca la sua bellezza, ma in parte sei tu che la rendi così speciale…”. Esclamai afferrando una sua mano. “Mi fa piacere…” mormorò un poco imbarazzata.
“Oggi ho incontrato una persona…”. Dissi d’impulso. “Un ragazzo?” chiese curiosa. “Sì, un homeless…stavo tornando da lavoro e lui mi ha chiesto degli spiccioli…è mezzo italiano. Parla un po’ la nostra lingua, anche se penso che siano diversi anni che non la esercita. Mi ha sconvolta. Aveva degli occhi così profondi ed era anche carino! Gli ho dato un pound e lui mi ha ringraziato in un modo stravagante. Dopo poco è sparito nel nulla. Un altro ragazzo gli è corso incontro e lo ha esortato a scappare, poi è arrivato un terzo e li ha rincorsi. Chissà che cosa è successo. Spero niente di grave!”. “Marlene…non ti confondere con quella gente!” m’interruppe Deborah severa, “Sono persone piene di problemi…una mia amica aveva avuto una storia con un tipo del genere e non ti dico che cosa le ha fatto passare.” “Ma ora non dico mica che vorrei una storia con lui, non so nemmeno se lo vedrò mai più, ho detto solo che mi ha colpita…” le dissi, cercando di rassicurarla. “Piuttosto,” ricominciò lei per cambiare discorso, “Non ti sei accorta che c’è qualcuno in questa casa che ti corteggia?”. “E chi?” chiesi incredula. “Dai, non dirmi che non ti sei resa conto che Bill ti muore dietro…”. “Che cosa?” esclamai. “Ma se in cinque mesi ci saremmo scambiati tre parole…” continuai smorzando il suo entusiasmo. “Non c’entra niente! E poi Bill è un tipo molto introspettivo. Secondo me ha il suo fascino! Sareste carini insieme!”. Disse strizzandomi un occhio. “Ma che dici? Lui non è il mio tipo…e poi mi mette a disagio. Non saprei nemmeno capire che cosa mi sta dicendo. Non mi sembra proprio una storia con un futuro!”. Le risposi. “Vabbè, io te l’ho detto, vedi tu…”. Subito dopo qualcuno bussò alla porta. “Honey?!”, “Piccola?!” erano Anne e Maria. Entrarono in punta di piedi con un enorme torta al cioccolato. “For you!” per te, disse Anne con una dolcezza infinita. “Basta piagnistei, sennò niente torta per te!” esclamò Maria e mi fece una linguaccia buffissima che mi fece scoppiare in una risata fragorosa. Ci mettemmo sul tappetto, Deborah mise un disco delle Bikini Kill e improvvisammo una specie di party.
Guardando le mie amiche e sentendo il loro calore quella notte, capii che Deborah aveva ragione, la solitudine era ben altra cosa.
(Continua…)
La mattina seguente aprendo gli occhi e vedendo il soffitto azzurro, ebbi un attimo di smarrimento. Mi voltai su un fianco e trovai il letto di Deborah vuoto, la porta era appoggiata e dal basso proveniva un lieve rumore metallico. Mi preparai di fretta e scesi. In cucina scovai Deborah indaffarata ai fornelli. “Buongiorno” esclamò raggiante. “Buongiorno” risposi posando gli occhi sulla tavola imbandita con marmellate, toast caldi, miele, burro, succo d’arancia e tè (il tutto aveva un profumo invitante). “Siediti che ti aspetta la tua prima squisita colazione inglese.” Mi costrinse a sedermi e mise nel mio piatto uova, bacon e salsiccia. Di solito la mattina non ero abituata ad andare oltre al caffè, ma divorai tutto con gusto apprezzando il suo gesto gentile.
“Sono tutti a lavoro?” domandai. “Sì!”, rispose Deborah sgranocchiando l’ultimo toast sopravvissuto. “Ma che lavoro fanno? Ieri sera non ne abbiamo parlato…” chiesi curiosa. Deborah bevve un sorso di succo, si schiarì la voce, poi cominciò ad elencarmi scrupolosamente tutti i particolari e mi disse che Bill, dopo aver lavorato per un lungo periodo come cameriere in un pub (lavoro che non gli piaceva assolutamente!), aveva trovato di recente un posto come commesso per abbigliamento maschile da Selfridges ad Oxford Street. “Guadagna molto bene e lo staff è simpaticissimo!” aggiunse. Maria, invece, si divideva tra università e volantinaggio (giusto per mantenersi, in attesa di mettere in atto i suoi studi). Chris operava per una grande società internazionale di edilizia, manutenzione di edifici nel distretto finanziario della City (ma non era sicuro che fosse il suo destino e nel frattempo stava frequentando un corso di computer, perché, forse, gli sarebbe piaciuto diventare grafico). Infine, Anne (aspettando di guadagnare soltanto come scrittrice) era commessa in un negozio di scarpe a Camden Town, “Ci sono delle scarpe fichissime! Molto strane, ma io, Anne e Maria ci andiamo matte! Poi ti ci porto e ti faccio vedere anche dove lavoro io, in un negozio di vestiti vintage, a pochi metri di distanza.”
“Credi che sarà difficile per me trovare qualcosa?” la interruppi. Deborah mi scrutò e individuò la mia preoccupazione. “Sarò sincera, non è semplice trovare qualcosa subito, se non ti accontenti ovviamente, dovrai lasciare curriculum un po’ ovunque e sottoporti ad estenuanti colloqui. Il livello d’inglese è valutato severamente, ma vedrai che qualcosa salterà fuori! Sii fiduciosa!” sorrise.
Dopo quella lunga conversazione, nei giorni seguenti, il pensiero del lavoro occupò gran parte del mio tempo. Tappezzai ogni negozio, bar, pub e ristorante di Londra con il mio curriculum (proprio come mi aveva consigliato Deborah) e il 27 luglio, dopo alcuni colloqui falliti, ebbi quello fortunato e fui assunta. Il 1 agosto avrei cominciato a lavorare in una libreria , al reparto caffetteria, zona 1, Soho (con la metropolitana dieci minuti dal mio appartamento). Avevo convinto il manager dello stabile, un simpaticissimo uomo sulla quarantina proveniente dall’isola di Wight, che essendo italiana il mio cappuccino sarebbe stato il migliore di tutta Soho, così lo persuasi ed ottenni l’incarico.
Nei mesi successivi, la mia vita divenne casa, lavoro (dove mi trovavo benissimo), studio (talvolta alla sera), gite (nei giorni liberi) e qualche uscita serale. Generalmente, io e i miei coinquilini preferivamo organizzare cene e feste nel nostro appartamento. Era un viavai di persone, alcune passavano per una sola notte, poi scomparivano nel nulla, altre diventavano ospiti affezionati per lunghi periodi. Certamente una cosa che capii, della vita in una grande città, era che i rapporti, tranne con persone che era facile ritrovare e con cui spesso diventavano molto intensi, erano molto fragili e basati sulla precarietà. Imparai così, a dosare giustamente la mia fiducia e ad affezionarmi soltanto a chi ero certa di ritrovare sul mio cammino.
Con l’inverno arrivò il freddo a Londra e fui costretta a prenotare un volo per tornare in Italia e cambiare il guardaroba. Presi qualche giorno di ferie e partii.
Quella italiana fu una parentesi difficile. Il mio ritorno a casa impensierì papà, che non faceva altro che ripetermi che mi trovava cambiata (mi vedeva più riservata e distratta). Non avevo fatto alcun cenno all’università e lui era molto impaurito dal fatto che l’Inghilterra potesse distogliermi dallo studio. Cercai di rassicurarlo, raccontandogli che spesso la sera mi rinchiudevo in camera a studiare e che a febbraio sarei tornata per dare due esami. Non era per niente contento, ma tra le lacrime di Tina e le raccomandazioni di papà, il primo novembre ripresi l’aereo e me ne tornai a Londra.
(Continua…)
Il cinque luglio nella confusione di Victoria Station sentii gridare il mio nome. Voltai la testa a destra e a sinistra senza vedere nessuno, poi all’improvviso scorsi Deborah che saltellava tra la folla e mi veniva incontro. Non appena ci trovammo faccia a faccia, sebbene quasi non ci conoscessimo, fu naturale per noi abbracciarci ed io nel calore del suo corpo sottile realizzai di essere arrivata in Inghilterra. “Com’è andato il viaggio” mi chiese con la sua voce calda. “Benissimo, mi sono pure addormentata!”. “Sei stanca?”, “No, non preoccuparti, è l’effetto dell’aereo! Adesso ho una voglia matta di vedere l’appartamento e Londra!” sorrisi. “Andiamo allora…” disse trascinando me e la valigia verso l’uscita. Non appena fummo sulla strada un senso di libertà m’invase, una miriade di macchine, pullman e taxi era incolonnata nel trambusto generale, c’erano persone di tutte le razze che andavano a spasso fianco a fianco e le vie erano enormi. “Come si vive da italiani qua?” chiesi curiosa. “Beh, dipende dai quartieri, nel nostro benissimo! Comunque, la vita qua è molto diversa da quella di un piccolo paese come il nostro. Hai suo pro e i suoi contro. Io preferisco questa indubbiamente!” sentenziò Deborah sicura.
Prendemmo il bus numero 12 e durante tutto il tragitto per arrivare all’appartamento, la mia nuova amica mi parlò delle persone che stavo per andare a conoscere, i miei coinquilini. “In tutto siamo in sei” disse “Tre italiani e tre inglesi. C’è Maria che è siciliana, Anne e Chris che sono londinesi e Bill che è scozzese, capirai qual’è dal modo in cui parla, non si capisce niente!”. Mentre lei mi snocciolava informazioni su informazioni concitatamente, io non potevo fare a meno di essere rapita dalla città e di esultare intimamente del fatto di farne finalmente parte anch’io.
Arrivate alla nostra fermata Deborah saltò in piedi e di nuovo trascinò me e i bagagli giù dal pullman. “Un minuto e ci siamo!” disse con enfasi. Passeggiammo per un breve tratto e non appena tra le file di appartamenti tutti simili individuai il nostro, ebbi un sussulto. Deborah mi stava davanti orgogliosa e canticchiava un motivetto allegramente, poi montò gli scalini dell’atrio, aprì la porta e mi fece segno di entrare. Lo feci.
Il primo impatto con l’interno, imprevedibilmente, fu scioccante. Nell’ingresso c’era un disordine pazzesco, scatoloni, sacchetti, riviste e libri impolverati erano accatasti l’uno sopra l’altro e formavano una specie di piramide storta. Mi stampai un sorriso falso in faccia per non far percepire a Deborah il mio stato d’animo, mentre lei camminava ad un metro da terra facendomi da Cicerone per tutta la casa. L’impressione del salotto e della cucina fu la medesima, sembrava che nessuno avesse messo in ordine da un secolo, inoltre, l’accostamento degli stili del mobilio era anomalo. Pensai che anche questo faceva parte della convivenza e mi lasciai andare ad un sospiro, rimuginando sul fatto che magari con il tempo mi ci sarei abituata. “Allora che cosa ne pensi?” chiese Deborah con un mega-sorriso. Come cavarmela? Non sapevo mentire. “Bohémien…” dissi infine. “Bohémien mi piace come aggettivo! Vieni ti faccio vedere la nostra camera!”. Non stava nella pelle, mentre io tremavo all’idea. Salimmo le scale (la nostra stanza si trovava al secondo piano). Varcai, successivamente, la soglia della porta con ben poche speranze, ma di nuovo, imprevedibilmente non era ciò che mi sarei aspettata e me ne innamorai!. Era molto spaziosa, confortevole e colorata, con le pareti azzurre ed un poster enorme di Marlene Dietrich che trionfava accanto all’armadio. “Ecco perché mi piace così tanto il tuo nome!” confessò la mia amica strizzandomi l’occhio. “Quello è il tuo letto e la tua parte dell’armadio è quella sulla sinistra.” Aggiunse. Mi aiutò a sistemarmi poi scese al piano terra e mi lasciò il tempo di farmi una doccia e di chiamare papà, infine scesi anch’io.
Quando la raggiunsi, Deborah stava chiacchierando, seduta al tavolo di cucina, con un ragazzo biondissimo dal viso buffo, da dove spiccavano due enormi occhi blu, era Bill. La conoscenza fu ufficializzata ed io capii che quello che mi aveva anticipato Deborah sul suo conto era vero. Bill parlava con un accento scozzese strettissimo ed io facevo una fatica gigantesca a seguirlo, l’imbarazzo cresceva a dismisura, perché Bill non si chetava un attimo e continuava a farmi domande. Deborah sembrava divertita dalla nostra conversazione e non faceva niente per levarmi da quell’impiccio, anzi rideva come una pazza non appena Bill le girava le spalle. Fui salvata, poco dopo, e, fortunatamente dall’arrivo degli altri coinquilini. Chris, Anne e Maria.
Chris era senza dubbio un ragazzo attraente, alto, con i capelli ricci e castani, gli occhi verdi dal taglio orientale ed un fisico prestante, ma, nonostante il suo aspetto desiderabile, provai un’immediata antipatia per lui. Si mise seduto davanti a me squadrandomi da capo a piedi e quasi non rivolgendomi parola, aveva un modo di fare spocchioso, quello delle tipiche persone che sembrano avere una missione fondamentale nella vita (scoprii solo con il tempo la meravigliosa persona che era, ma il nostro rapporto all’inizio fu segnato da lunghe pause di silenzio e indifferenza). La stessa impressione negativa non valse, invece, per Anne e per Maria. Anne era molto bella, pallida, con gli occhi azzurri e i capelli biondi, esile come Deborah e con la stessa aria creativa, scoprii, infatti, in una delle nostre conversazioni future (conversazioni interessantissime che non avrei mai concluso!) che creativa lo era davvero. Aveva scritto un libro di grande successo e ne aveva in progetto un altro, così mi abituai nelle sere successive a vederla sparire, ad un certo punto della cena, per ritirarsi in camera sua, dove possedeva un magico mondo fatto di personaggi e di storie, storie che con il tempo mi sarebbero diventate indispensabili. Infine Maria. Maria era una carismatica e affascinante dark lady dalla simpatia irresistibile, mi raccontò subito un sacco di cose, mi disse che stava studiando a Londra per diventare insegnante di francese e non sapeva nemmeno lei perché non aveva scelto la Francia per i suoi studi, ma in Inghilterra viveva bene e questo le bastava. La sua personalità mi conquistò subito.
Così tra le chiacchiere e una tazza di tè cominciò la mia convivenza a Londra, in un tardo pomeriggio di luglio, nello schiamazzo proveniente dalla strada, nel mio appartamento bohémien, con cinque bizzarri semi-sconosciuti e la cosa più strampalata fu che non percepii minimamente la mancanza dell’Italia.
(Continua…)
Nel giro di una mezz’ora raggiunsi Sergio in paese. Era seduto al solito bar a fumarsi una sigaretta. “Ciao amore…” esclamò non appena mi sistemai al tavolo. “Ciao…” risposi un po’ intimorita. “Allora, cosa vuoi fare oggi?…”, aggiunse sorridendo. “Sergio, ho bisogno di parlarti.” Dissi di fretta. Il suo sguardo si fece apprensivo. “C’è la remota possibilità che io parta…”, continuai.“Per dove e con chi scusa?!” affermò incredulo. “Beh, vorrei andare per un periodo a Londra. Alla festa del tuo amico ho conosciuto una ragazza. È una tipa molto simpatica e insomma sto progettando di trasferirmi nel suo appartamento in Inghilterra.” Sergio mi guardava con una faccia spaventata come non gli avevo mai visto. “E quanto staresti via?” chiese, non riuscendo a trattenere la sua amarezza. “Non lo so ancora, vedrò quando sarò là. Dovrò trovare un lavoro e non so se sarà semplice. Con l’inglese me la cavo piuttosto bene, ma non so a che livello sia richiesto…”, “Non mi ami più Marlene?” sussurrò con voce rotta. La sua domanda mi arrivò dritta verso lo stomaco. “Beh…” cominciai balbettando “Sono un po’ confusa e…”, “Lascia stare, ho capito.” M’interruppe. “Io non so cosa dire, non saprei dirti da quanto mi sento così.” Il mio tono era sommesso. “L’avevo capito da un po’…solo speravo di sbagliarmi…”. Questa sua ultima osservazione mi spiazzò e mi sentii una stupida ad aver creduto che lui non si fosse accorto di niente. “Credo di aver bisogno di fare due passi..”. Mentre si allontanava chiusi gli occhi e non riuscii a fermarlo per aggiungere altre parole. Se n’era andato ed io ero rimasta immobile sulla sedia con il cuore pesante. Non riuscivo a muovere un arto e sentivo un vuoto feroce che mi si attaccava alle viscere. Mi venne in mente quando mia madre si era allontanata da me, tre anni prima, al suo profumo che mi era rimasto addosso per giorni, ai suoi occhi falsamente tristi, alla sua bellezza crudele ed ebbi paura per la prima volta in vita mia di essere come lei.
Quando realizzai coscientemente la situazione, mi alzai e mi diressi verso casa, mi rinchiusi in camera e ne uscii soltanto quando sentii la porta d’ingresso aprirsi. “Marlene” sobbalzò mio padre non aspettandosi di trovarmi davanti all’uscio. “Papà” gli saltai addosso abbracciandolo. “Ho fatto un casino..”, esclamai disperata. “Hai lasciato Sergio?”. Capii che Tina gli aveva parlato. “Sì!” risposi piangendo. “Stai male?” continuò lui. “Tanto…” esclamai singhiozzando. “Pensi di chiamarlo?”, mormorò. “No! So di aver fatto la cosa giusta, però…”. “Marlene mettiti seduta,” m’interruppe, “Vado a prenderti un bicchier d’acqua” disse dirigendosi verso la cucina. In un baleno fu di ritorno. “Allora…mi dici bambina mia, che cosa vuoi…”. Il suo modo di parlare era molto tenero. “Se lo sapessi te lo direi. Ho un casino tremendo nella testa…”. Risposi. “Sei sempre dell’idea di partire?” disse rapido, “Mi piacerebbe, mi farebbe bene credo!” affermai. “Va bene, vai…parti, hai la mia benedizione…”. Aggiunse con un sospiro. Un sorriso mi scappò tra le lacrime. “Tina ti ha fatto cambiare idea?”. Chiesi curiosa. “Beh, sei mia figlia e voglio che tu sia felice…” rispose facendo una strana smorfia. “Grazie papà.” Gli dissi grata. “Però sappi che non sarà facile e che sarò preoccupato. Ti presterò i soldi, ma rivoglio almeno la metà del denaro e se non mi chiamerai almeno due volte a settimana smetterò di aiutarti all’istante …” esclamò rigido. “Farò per filo e per segno quello che mi hai chiesto!” risposi. “Inoltre” continuò, “Voglio che tu fin dal primo istante sondi con obiettività com’è la situazione! Dovrai valutare se le persone con cui andrai a vivere avranno la testa sulle spalle e se per caso non sarà così, voglio che tu torni immediatamente a casa o che tu ti trovi un’altra sistemazione. Ora basta! Non voglio più parlarne. Organizzati tutto il resto da sola, vuoi crescere? Anche questo fa parte della crescita…quindi arrangiati!”. Non sapevo se si fosse pentito mentre mi elencava tutte le sue condizioni, ma non dissi niente e annuii. Quella sera continuammo a parlare per molto tempo, gli raccontai di com’era andata con Sergio e delle sensazioni che provavo in quel momento e che avevo provato. Fu una serata intensa e sentii mio padre vicino e partecipe. Dopo quell’infinita chiacchierata mi gettai esausta tra le braccia di Morfeo e passai una notte piena di sogni tranquilli.
Al mattino, però, mi risvegliai un po’ frastornata. Mi sembrava fosse passato un secolo dal giorno precedente e due pensieri mi s’infilarono subito nella testa. Il primo era la separazione da Sergio, il secondo era il consenso di mio padre per andare a Londra. Pensai bene di lasciarmi assorbire da quest’ultima idea e dopo essermi sistemata, iniziai subito a fare il punto della situazione. Per prima cosa dovevo accertarmi che Deborah fosse sempre e davvero propensa ad accogliermi nel suo appartamento. Aprii il mio portatile e mi connettei ad internet, pensando che una e-mail sarebbe stata la soluzione migliore per parlarle con lei in un primo approccio.
Ciao Deborah,
non so se ti ricordi di me. Sono Marlene. Ci siamo conosciute ad una festa qualche giorno fa. Eravamo davanti ad un quadro e ci stavamo chiedendo chi fosse il soggetto. Non so se sarai già tornata in Inghilterra o se ti trovi sempre in Italia, in realtà non so niente di te…So solo che, se la proposta è sempre valida, sarei disposta ad abituarmi al caos di Londra! Ho deciso di trasferirmi per un periodo dalle tue parti. Nel caso qualcuno avesse già occupato il posto letto del tuo appartamento, sai mica altri indirizzi a cui posso rivolgermi? Spero di avere al più presto tue notizie…
Un saluto e grazie in anticipo
Marlene
Rilessi la lettera un paio di volte, sperando di aver trovato una formula adatta e non troppo invadente e la spedii.
La sua risposta non tardo molto e in giornata la ricevetti.
Carissima Marlene,
hai un bellissimo nome! Mi sembrava di aver capito bene, mentre mi allontanavo verso la folla dei forsennati alla festa! Mi fa un immenso piacere sapere che hai pensato alla mia proposta e che hai accettato. Sono sempre in Italia, ma dovrò partire tra poco. Ho l’aereo stasera alle nove. Giusto il tempo di finire di preparare le valigie e poi di fretta verso l’aeroporto…Dunque, il posto libero nell’appartamento c’è sempre come qualche giorno fa! Vivo in zona uno a Bloomsbury, un quartiere delizioso (te lo dico nel caso tu ti volessi informare nel frattempo …). L’affitto lo paghiamo ogni settimana sono 120 sterline a testa, che equivalgono a circa 180 euro (chiaramente per ogni settimana). I prezzi a Londra sono così, ma se troverai un buon lavoro, ti assicuro che non sono tanti per gli stipendi che danno. Dovrei avere una tua conferma definitiva entro al massimo giovedì. Se mi chiamerai al numero di cellulare che ti ho dato, ti spiegherò tutto il resto nei particolari. Spero nel frattempo che tu non ricambi idea. Vedrai sarà bellissimo e non vorrai più tornare indietro!
A presto
Deborah
Immobilizzata di fronte al pc rileggevo continuamente la sua risposta. Un poco d’ansia m’invase. Ero a metà dell’opera. Ora dovevo soltanto trovare il coraggio per compiere il salto.
Mi cambiai i vestiti di fretta e mi diressi verso l’agenzia di viaggi più vicina. Una signorina molto cortese mi aiutò a cercare i voli più economici per Londra. C’erano due o tre date possibili, una di esse era nel giro di dieci giorni, gli altri due si accavallavano nei primi giorni di luglio. Optai, per questioni organizzative, per l’ultimo in ordine di tempo. Cinque luglio. Venti giorni e sarei partita!
Uscita dall’agenzia mi sentii felice come non lo ero mai stata! Per la prima volta avevo trovato il coraggio di fare una cosa soltanto per me stessa.
(Continua…)